Dal 3 al 20 maggio una serie di eventi per la Festa del Soccorso a San Severo

madonna soccorso

Molto radicata in tutti i sanseveresi è la tradizione legata ai festeggiamenti in onore della Madonna del Soccorso e dei santi compatroni principali, San Severino abate e San Severo vescovo, che si celebra la terza domenica di maggio e il lunedì successivo con due processioni e le caratteristiche batterie pirotecniche, dette fuochi.

Il culto della Madonna del Soccorso è legato agli Agostiniani, che a San Severo dal 1319 ebbero un monastero in cui dal 1514 promossero il culto della Madonna nera, sbocciato a Palermo nel 1306 per l’apparizione miracolosa della Vergine al monaco Nicola La Bruna: secondo la tradizione, la statua sanseverese della Madonna del Soccorso – resa barocca nel 1760 dall’artista Domenico Urbano di Andria – sarebbe giunta dalla Sicilia nel 1564. Quando il monastero agostiniano venne definitivamente soppresso (1652), la devozione alla Madonna fu tenuta viva dai massari di campo (i possidenti), che dopo il 1679 si riunirono in confraternita, canonicamente eretta nel 1704 ed elevata ad arciconfraternita nel 1870.

Quale protettrice dei campi, la Vergine nera, che nella destra tiene alcune spighe di grano, un ramo d’olivo e un grappolo d’uva, fu invocata ogni qual volta siccità, tempeste e altri pericoli minacciassero le coltivazioni sanseveresi. Il simulacro fu anche testimone degli eccidi seguenti la rivoluzione giacobina del 1799 quando, per volere dei massari, fu portato in processione per la città a fini di persuasione politica. parallelamente alla rapida ascesa del ceto dei possidenti, il culto per la Vergine bruna crebbe notevolmente, e nel 1857 la Madonna fu eletta patrona aeque principalis della città e diocesi. L’8 maggio 1937 la sua statua, che dai primi anni dell’Ottocento è rivestita di ricchi abiti in seta ricamata, fu solennemente incoronata con diademi d’oro tempestati di pietre preziose.
Nonostante l’incarnato della Madonna sia bruno, il Bambinello ch’essa reca in braccio è di fisionomia europea: l’originale fu sostituito con uno di colore bianco una prima volta nel 1760 e poi, dopo una rovinosa caduta, nel 1828.

Parenti delle mascletás valenciane (Spagna), le batterie, note anche col nome di fuochi, sono sequenze di esplosioni di diversa intensità (quelle notturne, coloratissime, sono dette – piuttosto impropriamente – alla bolognese): aprono lo spettacolo le rotelle, isolati giochi di luce e rumore; segue la batteria propriamente detta, una lunga miccia che, bruciando, fa esplodere botti in ritmica successione (a una serie di colpi ordinari corrisponde uno scoppio più forte, la risposta, e ogni tre risposte deflagra la quinta, un botto più violento, detto anche rispostone o calcasso), intervallata da bengala, mortaretti, fontane, strappi (colpi simultanei), accelerazioni delle risposte e squassanti frenate con cadenzate esplosioni di quinta, il tutto in crescendo verso l’ultima sezione del fuoco, il finale (o scappata), velocissimo e fortemente ritmato, che aumenta (anche coll’incendio sincrono di micce parallele) fino all’ultima grande detonazione. L’esorcizzante culto dello scoppio delle batterie, tuttora in uso in diversi comuni pugliesi (e non solo), caratterizza le feste sanseveresi almeno dall’età barocca. La prima testimonianza del fenomeno è un documento del 1707, in cui spicca l’invito rivolto dal clero parrocchiale di San Severino alla congregazione dei Morti al fine di «sollennizzare la festa di essa Santissima Pietà nell’ultima Domenica di Maggio […] co’ ogni pompa possibile per maggior’ aumento, e devotione di essa Santissima Vergine, con sparatorii». Il riferimento all’impiego di sparatorii in occasione della ricorrenza religiosa, raccomandato dallo stesso clero al fine di aumentare la pompa festiva e contemporaneamente sollecitare il sentimento devoto, non è enfatizzato o rimarcato da tratti di straordinarietà, e ciò non può che significare che l’incendio di rumorose batterie durante i festeggiamenti sacri è, nel 1707, una pratica usuale, tradizionale e radicata, indubbiamente in uso già nella seconda metà del Seicento. Un primo esplicito riferimento documentario all’incendio di batterie nel corso di una processione è del 1748; in quell’anno diversi sacerdoti ottengono, dopo una lunga causa, l’ammissione nei capitoli parrocchiali come partecipanti: la festosa processione d’insediamento nelle arcipreture, cui prendono parte anche il vescovo e il civico governo al completo, è seguita da «moltissimo Popolo, che andava sparando per li vichi molte botte, oltre le batterie di cinque mile e tre mile botte avante le rispettive Chiese». Anche in questo caso si scrive di queste esplosioni come di elemento nient’affatto eccezionale, del tutto consueto, e si deduce anche che il loro incendio durante i sacri cortei è cosa comune, in uso da lungo tempo; s’accenna inoltre alla distinzione (allora certamente abituale) tra batterie da cinquemila e batterie da tremila botti, di durata evidentemente diversa, e ciò significa che la produzione di questi artifici è già, a metà del Settecento, piuttosto elaborata, e non semplice e rudimentale. Col tempo le batterie sono diventate sempre più l’insostituibile colonna sonora delle feste sanseveresi (e, in particolare, della festa patronale), un galvanizzante concerto di fuoco che, dalla prima metà del Novecento, si è arricchito di un ulteriore e precipuo elemento spettacolare: è all’incirca un secolo, infatti, che durante l’incendio delle batterie un numero sempre maggiore di fujenti corrono appresso il fuoco. Sfidando le scintille e la carta infocata, inseguiti dalle deflagrazioni sempre più forti e veloci sino al finale, essi danno vita a una spettacolare e adrenalinica corsa collettiva, una dionisiaca fuga dalla morte e dal dolore che, nel rullo ancestrale degli scoppi e sotto lo sguardo dei santi patroni e protettori, è tutta un inno alla più autentica gioia di vivere. Nella seconda metà del Novecento, in più di un’occasione si è tentato – da parte sia dell’autorità civile sia di quella religiosa – di cancellare la tradizione della batterie o, quantomeno, di ridurne la potenza. Superate a furor di popolo le emergenze del 1968, del 1986, del 1989 e del 1990, nel 2002 il locale commissariato di Polizia intese applicare con estrema durezza una circolare ministeriale sulla sicurezza pubblicata il 22 gennaio 2001. La protesta non si fece attendere, e la domenica della festa patronale un gruppo di cittadini insorse bloccando la processione e costringendola a un indecoroso rientro anticipato. Un comitato si fece dunque carico di salvare la tradizione, ottenendo apposita delibera dalla Commissione consultiva centrale del Ministero dell’Interno (11/03E del 29 aprile 2003), che diede parere favorevole alla non classificazione delle batterie sanseveresi tra i manufatti esplodenti, definendole serie di colpetti a salve per impiego da strada tipica di San Severo (ovvero colpetti a salve alla sanseverese).

(Fonte www.comune.san-severo.fg.it)

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